Iren Startup Award

Iren, operatore leader tra le aziende multiutility italiane, è alla ricerca di startup e società tecnologiche che ambiscono a rivoluzionare il settore dei servizi di pubblica utilità per la seconda edizione dell’IREN Startup Award, un’iniziativa svolta in collaborazione con il programma di accelerazione internazionale StartUp Initiative di Intesa Sanpaolo. Quest’anno Iren lancia Iren up, il nuovo strumento di corporate venture capital che fornirà investimenti fino a 2 milioni di euro in iniziative tecnologiche ad alto potenziale. Tutte le startup che applicheranno al concorso entreranno automaticamente nel deal flow di IREN UP.
Il concorso prevede due categorie con due premi distinti e un premio speciale.

CATEGORIA SEED: possono partecipare tutte le startup o gli spin-off universitari che abbiano sviluppato una tecnologia o un prodotto, ancorché in forma prototipale, o abbiano depositato una domanda di brevetto.
CATEGORIA GROWTH: possono partecipare tutte le startup o PMI con soluzioni innovative che abbiano già effettuato in precedenza un round di investimento seed oppure iniziative tecnologiche post revenues che abbiano già raggiunto un volume d’affari per almeno 1 milione di euro.

Per la startup vincitrice della categoria SEED ci sarà un premio di 15.000 euro, oltre che un programma personalizzato di accelerazione della durata di un mese (con presenza non continuativa) in collaborazione con IREN e con importanti player dell’ecosistema cleantech.
Per la startup/PMI vincitrice della categoria GROWTH sarà disponibile un premio 15.000 euro e il Partnership Program, cioè un programma personalizzato della durata di un mese (con presenza non continuativa) e orientato all’elaborazione e strutturazione di una proposta di partnership implementabile con IREN.

La migliore startup del settore “mobilità” riceverà un premio speciale di 10.000 euro.
I settori delle soluzioni a cui è rivolto il bando comprendono:

Energia (produzione di energia, teleriscaldamento, energy management)
Idrico (reti di distribuzione, depurazione, trattamento)
Rifiuti (gestione, trattamento, economia circolare)
Reti per servizi di pubblica utilità (esercizio e manutenzione, misurazione e fatturazione, smart grid)
Mobilità (e-mobility, mobility as a service, sharing, vehicle-to-X, etc.)
Servizi a valore aggiunto (customer engagement, marketing, nuovi servizi, sostegno all’amministrazione pubblica)

Gli imprenditori interessati possono presentare la propria candidatura accedendo alla pagina www.gruppoiren.it/startupaward e inoltrando un business plan o un executive summary del loro progetto entro il 9 settembre 2018.

Al via primo raccolto di pomodoro etichettato Made in Italy

Al via lungo tutto lo Stivale la raccolta del pomodoro da destinare a pelati, polpe, passate, concentrato e sughi pronti con una riduzione stimata pari ad almeno il 9% rispetto allo scorso anno. E’ quanto stima la Coldiretti, sulla base delle prime indicazioni dell’associazione mondiale dei trasformatori di pomodoro, nel sottolineare che si tratta del primo raccolto che dovrà essere etichettato Made in Italy, dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale 47 del 26 febbraio 2018 del decreto interministeriale per l’origine obbligatoria sui prodotti come conserve e salse, oltre al concentrato e ai sughi, che siano composti almeno per il 50% da derivati del pomodoro. Le aspettative in Italia sono per un raccolto attorno a 4.750.000 tonnellate, con i primi dati che evidenziano una buona qualità in termini di gradi Brix, ovvero di contenuto zuccherino, ma rese all’ettaro sotto le medie degli ultimi anni. Si tratta di una attività che – sottolinea la Coldiretti – mette in moto in Italia una filiera di eccellenza del Made in Italy che coinvolge circa 7.000 imprese agricole, oltre 100 imprese di trasformazione e 10mila addetti, che esporta 2 miliardi di euro di derivati del pomodoro in tutto il mondo. L’Italia è il principale produttore dell’Unione Europea dove le previsioni riportano un calo produttivo complessivo del 14%, con riduzioni superiori al 20% in Spagna e Portogallo. A livello mondiale il calo della produzione sarebbe meno importante (-6,6%), nonostante la previsione di un meno 40% per la produzione cinese di pomodoro da industria, mitigata da un +14% della produzione californiana. Quest’anno però – continua la Coldiretti – grazie alla nuova normativa nazionale non sarà più possibile spacciare per Made in Italy i derivati del pomodoro importati dall’estero. Il decreto approvato prevede infatti che le confezioni di tutti i derivati del pomodoro, sughi e salse prodotte in Italia dovranno avere obbligatoriamente indicate in etichetta le seguenti diciture:

Paese di coltivazione del pomodoro: nome del Paese nel quale il pomodoro viene coltivato;
Paese di trasformazione del pomodoro: nome del paese in cui il pomodoro è stato trasformato.

Se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi Ue, Paesi non Ue, Paesi Ue e non Ue. Se tutte le operazioni avvengono nel nostro Paese si può utilizzare la dicitura “Origine del pomodoro: Italia”. Per consentire lo smaltimento delle scorte – continua la Coldiretti – i prodotti che non soddisfano i requisiti previsti dal decreto, perché immessi sul mercato o etichettati prima dell’entrata in vigore del provvedimento, possono essere commercializzati entro il termine di conservazione previsto in etichetta.

UE: proposta su brevetti e generici

La Commissione Europea propone di modificare le norme sulla proprietà intellettuale e, in particolare modo, quelle inerenti la tutela brevettuale. Ciò consentirebbe alle aziende farmaceutiche di produrre ed esportare farmaci generici nei Paesi in cui tali farmaci non sono coperti da brevetto. Il principale auspicio è di aiutare gli investimenti nella ricerca, ma non solo. Tali modifiche servirebbero anche ad evitare che le aziende farmaceutiche spostino la produzione dei generici per l’esportazione fuori dall’Europa.
Con le nuove norme, che prevedono l’introduzione di una certificazione supplementare di protezione, mentre, da una parte, i farmaci continueranno ad avere una copertura brevettuale nell’UE, dall’altra le aziende potranno produrre generici, da esportare in Paesi in cui i farmaci non hanno copertura, direttamente in Europa,.

I giovani cinesi preferiscono i marchi “made in China”

I giovani cinesi tra i 16 e i 25 anni per lo shopping on line preferiscono il made in China. È emerso dal rapporto “Internet 2018 + Sviluppo dei marchi cinesi” dell’Istituto di ricerca Jingdong, legato alla Communication University of China di Pechino e pubblicato nel mese di maggio, a un anno di distanza della prima Giornata dei marchi cinesi.

Tra i vari fenomeni segnalati nel rapporto, come la prevedibile differenza tra i comportamenti degli acquirenti digitali nelle zone economicamente più avanzate e in quelle più arretrate del paese, ciò su cui i commentatori cinesi si sono più soffermati è il dato riguardante le preferenze dei jiulinghou, i giovani cinesi nati negli anni novanta, e dei millennials. È questo infatti il gruppo in cui si registra, per il 2017, la crescita maggiore nell’acquisto online di prodotti made in China: più 6 per cento rispetto al 2016, per un “peso” nella crescita totale del consumo di marchi su Internet pari al 4%.

Una notizia che dovrebbe allertare i marchi internazionali, spesso ancora convinti che il mercato cinese rappresenti una possibilità senza limiti. I marchi cinesi hanno raggiunto uno stadio di maturità tale da poter soddisfare i bisogni dei consumatori in molti settori.

Il rapporto dell’Istituto di ricerca Jingdong segnala comunque che anche nel gruppo di consumatori più anziani, di età superiore ai 55 anni, si è verificato un aumento del consumo online di marchi cinesi. Merito anche della visione, promossa fin dagli anni Duemila dalla dirigenza cinese, di una Repubblica popolare che da “fabbrica del mondo” diventi oasi di creatività e qualità, obiettivo a cui punta l’ambizioso progetto “Made in China 2025”: il rallentamento della crescita economica cinese, entrata nella fase del “new normal” (xin changtai), ha obbligato Pechino a ripensare al proprio modello di sviluppo e a investire sempre di più su settori ad alto tasso di innovazione, come le industrie culturali e creative.

Italia: regina della qualità dei prodotti alimentari

L‘Italia è, in Europa, la regina della qualità dei prodotti alimentari. L’Italia, infatti, è il primo Paese per numero di riconoscimeti assegnati dall’Unione Europea in termini di Dop, Igp o stg. L’Istat comunicava, al 31 dicembre 2015, che erano 278 i prodotti agroalimentari di qualità, 9 in più rispetto al 2014. A confermare il trend positivo risulta che dal 2005 al 2015 le specialità Dop (Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione geografica protetta) e Stg (Specialità tradizionale garantita) con certificazione Ue sono quasi raddoppiate (+80,5%), passando da 154 a 278. Oggi, con l’ultima Dop ufficializzata lo scorso 19 dicembre, la Lenticchia di Altamura, si è arrivati a quota 295. E per arrivare a 300 manca poco, considerando che sono 8 (oltre alla Salsiccia Lucanica di Picerno Igp anche le Mele del Trentino Igp, il Cioccolato di Modica Igp, il Marrone di Serino Igp, la Pitina Igp, l’Olio di Puglia Igp, la Mozzarella di Gioia del Colle Dop e l’ultima arrivata, la Provola dei Nebrodi Dop) i prodotti italiani in attesa del via libera europeo. Nonostante questi dati positivi, le vendite di questi prodotti non conoscono lo stesso incremento favorevole. Osservando i dati a disposizione delle vendite, i riconoscimenti economici vanno a pochi, come ad esempio Grana Padano (Dop), Parmigiano-Reggiano (Dop), Prosciutto di Parma (Dop), Aceto Balsamico di Modena (Igp), Prosciutto di San Daniele (Dop) e ad alcuni seguiti dallo Studio Consulenza Brevetti Cioncoloni S.r.l., tra cui Mozzarella di bufala Campana (Dop), Mortadella di Bologna (Igp), Gorgonzola (Dop), Pecorino Romano (Dop), Bresaola della Valtellina (Igp). Come affermato recentemente dal Ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, se oggi le prime 10 Dop e Igp sviluppano l’80% del fatturato complessivo, occorre far salire la lista ad almeno 20 prodotti in tre anni. Il quesito che sorge è il perchè ci sia una corsa alla certificazione in mancanza di un riscontro del mercato. Come comunicano da Alleanza Cooperative Agroalimentari, l’Europa ha fornito, con le denominazioni, uno strumento importante per poter garantire il consumatore sulla provenienza dei prodotti e tutelare gli stessi prodotti perché non vengano imitati. Allo stesso tempo, i fondi che l’Europa mette a disposizione per promuovere le specialità risultano, per molti soggetti, interessanti.I produttori, potrebbero, quindi avvantaggiarsene. Si parla di riserve che vanno da 100 a 200 milioni di euro all’anno.

Nuova modulistica brevetti, marchi e disegni

L’Ufficio Nazionale Brevetti e Marchi– Direzione generale alla lotta alla contraffazione del Ministero dello Sviluppo Economico -con la circolare n. 599 dell’11 gennaio 2018 ha comunicato che dal giorno 15/01/2018, per depositare, presso gli sportelli dedicati di tutte le CCIAA, le domande di qualsiasi tipologia di titolo di proprietà industriale (brevetti, marchi,disegni, ecc.) e le istanze a esse connesse (seguiti, annotazioni, trascrizioni, ecc.), deve essere utilizzata la nuova modulistica.

A partire dal giorno 05/02/2018, gli sportelli di tutte le CCIAA accetteranno esclusivamente le domande compilate su questa nuova modulistica, identificabile tramite il logo dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM), situato in alto a destra della prima pagina.

Il deposito cartaceo prevede due modalità:
la consegna presso una qualsiasi CCIAA, della domanda di deposito e relativa
documentazione necessaria. All’atto della ricezione della documentazione la CCIAA rilascerà un F24 per il pagamento dei diritti dovuti dall’utente;
invio postale a mezzo raccomandata A/R, indirizzata alla sede del Ministero dello Sviluppo Economico DGLC-UIBM, in via Molise 19, Roma – contenente la domanda di deposito e relativa documentazione necessaria, allegando copia F24 del pagamento dei diritti dovuti.

Marchi identici?

Si può usare lo stesso nome di un marchio già esistente per un nuovo prodotto o servizio se non c’è confusione merceologica? La risposta è stata emessa da una sentenza della Corte di Cassazione, secondo cui “l’uso di uno stesso marchio non è vietato, se non crea confusione con quello già registrato in precedenza”.
Chi ha registrato per primo il marchio può vietarne l’uso, anche se effettuato sotto forma di dominio internet, laddove si crei una confusione tra prodotti o servizi, disorientando il consumatore finale.
Bisogna però fare attenzione alla differenza tra “marchi forti” e “marchi deboli”. Un tipico esempio è quello della Coca-Cola. Infatti, se si volesse lanciare sul mercato una nuova linea di scarpe con il nome della famosa bevanda, si genererebbe una confusione nel cliente che crederebbe di comprare un nuovo prodotto firmato Coca-Cola. Ciò fa si che questo marchio goda di una tutela ultramerceologica rispetto al proprio core-business. Caso diverso è quello dei marchi deboli, come quelli con nomi di persone o nomi comuni di cose. Ad esempio Diesel è un marchio di abbigliamento, ma potrebbe essere il nome di alcune stazioni di benzina.
Discorso simile vale per i domini, cioè gli indirizzi web. Il proprietario di un marchio non può impedire che terzi utilizzino quello stesso nome per un sito internet che commercializza prodotti completamente diversi. Tra i prodotti non ci deve essere una semplice diversità ma neppure una somiglianza o affinità.

Brevetti Farmaceutici

Entro l’anno scadranno 14 brevetti farmaceutici, secondo i dati dell’Associazione nazionale delle industrie dei farmaci generici (Assogenerici). I farmaci in scadenza hanno un mercato complessivo di oltre un miliardo di euro.
A fine 2016 è scaduto il brevetto di uno dei primi farmaci anticancro “intelligenti”, basato sulla molecola Imatinib, e il generico risulta disponibile dal marzo 2017. Stessa situazione per il farmaco antiepilettico Pregabalin, con un mercato da 150 milioni di euro. I relativi generici sono in commercio dal settembre 2015. Tra i farmaci i cui brevetti sono scaduti o in scadenza due sono in Classe C (Tadalafil per le disfunzioni erettili e l’antiallergico Olopatadina cloridrato), due in Classe H (l’immunosoppressivo Abatacept e l’antibiotico Ertapenem) e tutti gli altri in Classe A, ossia rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. In scadenza anche i brevetti inerenti le molecole di largo consumo come la rosuvastatina sale di calcio (mercato di oltre 280 milioni di euro), o la dutasteride utilizzata per l’iperplasia prostatica benigna (oltre 160 milioni di euro) e l’antipertensivo olmesartan medoxomil (quasi 300 milioni di euro).

Brevetti green

I brevetti green made in Italy in base a una ricerca di Unioncamere-Dintec, effettuata sulla base dei brevetti pubblicati dall’European Patent Office (Epo), sono cresciuti del  22%rappresentando il 10% delle 3.645 domande concesse in Europa nel 2015. Tali brevetti introducono innovazioni a basso impatto ambientale nei processi o nei prodotti realizzati.
I brevetti green italiani appartengono al settore medicale e agli imballaggi, ma sono cresciuti anche quelli relativi a elettrodomestici/casalinghi e arredo.
Sono diminuiti del 60% i brevetti legati a Digital economy e communication, che passano dal sesto posto del 2006 al diciottesimo del 2015. Rimangono a quota 1.000 l’anno i brevetti legati alle KET (Key Enabling Technology), le tecnologie abilitanti a più alta intensità di conoscenza associate alla ricerca applicata e allo sviluppo sperimentale (biotech, fotonica, manifattura avanzata, materiali avanzati, nano/micro-elettronica e nanotech).
La provincia più innovativa è stata Treviso, che nel 2015 ha registrato 41 brevetti in più che nel 2006. Seguono Firenze (+37) e Parma (+30). In calo Monza-Brianza (i cui brevetti pubblicati all’EPO nel 2015 sono stati 53, contro i 247 del 2006), Milano (-126) e Torino (-88).
L’Italia è quarta in Europa per numero di brevetti, dietro a Germania (che brevetta 5 volte di più), Francia e Olanda. Anche la Svezia e la Spagna dal 2006 al 2015 hanno incrementato il numero dei brevetti. Le differenze tra i sei paesi si evidenziano prendendo in considerazione il dato riguardante la produzione di brevetti per milioni di abitanti. Emerge così l’alto tasso di innovazione dell’Olanda con 418 brevetti per milione di abitanti nel 2015, seguita dalla Svezia con 391, dalla Germania con 307, dalla Francia con 162, dall’Italia con 64 e, infine, dalla Spagna con 32.

European Inventor Award 2018

L’ European Inventor Award 2018 è il premio indetto dall’EPO, European Patent Office, dedicato alle invenzioni nel campo della ricerca e dell’innovazione. Possono concorrere i singoli inventori, le PMI, le università e i centri di ricerca, che siano titolari di un brevetto europeo in vita e non soggetto al periodo di opposizione.Le categorie premiate saranno: industria, PMI, ricerca, Paesi non Ue e premio alla carriera. Non sono previsti riconoscimenti in denaro. Nell’edizione 2017 tra i vincitori c’è stato l’italiano Rino Rappuoli per i suoi studi pioneristici su i vaccini salvavita contro alcune malattie infettive.

Gli interessati all’ European Inventor Award 2018 possono trasmettere direttamente per e-mail all’EPO la loro candidatura, compilando il modulo in inglese e spedendolo entro il 16 ottobre 2017 all’indirizzo: european-inventor@epo.org oppure compilandolo direttamente on line.

Per maggiori informazioni:

https://www.epo.org/learning-events/european-inventor.html